Un percorso educativo tra emozioni, relazioni e mondo digitale

Da fine ottobre fino alla seconda settimana di dicembre abbiamo vissuto, insieme agli studenti, un percorso intenso e ricco di significati all’interno del progetto Educazioni, modulo La mia identità. Non è stato solo un ciclo di incontri, ma uno spazio educativo vivo, pensato per accompagnare preadolescenti e adolescenti nella scoperta di sé, delle proprie emozioni e del modo in cui queste prendono forma nelle relazioni, dentro e fuori il mondo digitale.

Educare alle emozioni oggi non è un lusso, ma una necessità. Viviamo in un tempo in cui i social network influenzano profondamente il modo in cui ci raccontiamo, ci osserviamo e ci sentiamo visti. Per questo il percorso ha messo al centro l’idea che la costruzione dell’identità passa inevitabilmente dall’ascolto emotivo, dalla relazione e dalla consapevolezza di ciò che condividiamo tutti i giorni, a partire dai nostri ambienti domestici, a scuola e sui social media.

Il progetto si è svolto presso l’Istituto Professionale Pietro Piazza di Palermo, coinvolgendo nove classi di età diverse, e presso l’Istituto Comprensivo Scelsa, con una classe seconda, una terza e una classe mista della scuola secondaria di primo grado. Ogni gruppo ha portato bisogni, linguaggi ed energie differenti, e per questo il percorso è stato modulato e adattato, rispettando le età, i contesti e le dinamiche di ciascuna classe.

Otto incontri per ogni classe, due ore alla volta, utilizzando metodologie attive e partecipative: cerchi di parola, brainstorming, domande aperte, giochi relazionali, attività espressive, simulazioni e l’uso trasversale delle carte Dixit. L’obiettivo non era “insegnare dall’alto”, ma costruire significati insieme, partendo dalle esperienze reali degli studenti.

Il lavoro è stato condotto in équipe, tra educatori e facilitatori dell’inclusione, e accompagnato da momenti di valutazione iniziale e finale, per osservare cambiamenti e sviluppi lungo il percorso.

Questo percorso nel suo susseguirsi di incontri partiva da un obiettivo chiaro: sappiamo cosa sono le emozioni, le funzioni che svolgono, riconoscerle, nominarle e poi lasciarle andare?

Nei primi incontri ci siamo concentrati sull’autoconsapevolezza emotiva. Attraverso attività simboliche e relazionali, gli studenti hanno iniziato a riflettere su chi sono, su come si percepiscono e su come pensano di essere visti dagli altri. Dare un nome alle emozioni non è stato immediato, ma è stato un primo passo fondamentale.

Quando siamo entrati nel tema della gestione emotiva, è emersa con forza la difficoltà nel tollerare alcune emozioni, in particolare rabbia e noia. Spesso queste vengono evitate, agite o trasformate in comportamenti di fuga, qualcuno addirittura preferisce andare a letto, piuttosto che confrontarsi con queste. La tristezza, invece, tende a essere nascosta o confusa, talvolta utilizzata come difesa. Attraverso strumenti come il semaforo delle emozioni e attività espressive, i ragazzi hanno potuto sperimentare modalità diverse per stare dentro ciò che sentono, senza esserne travolti.



Uno dei momenti più significativi del percorso è stato il lavoro sull’empatia e sul tema dell’aiuto
(chiedere ed offrire aiuto) per conoscere come siano in fondo simili e quasi sovrapponibili alcune storie.

Ai ragazzi è stato chiesto di raccontare, in forma scritta, un episodio in cui avevano aiutato qualcuno e uno in cui avevano ricevuto aiuto, prestando attenzione alle emozioni, ai pensieri e agli esiti della situazione. Alcuni racconti sono stati condivisi in modo diretto, altri in forma anonima, ma sempre con rispetto e consenso. Da qui si è aperto uno spazio collettivo di riflessione che ci ha permesso di osservare le storie, leggerle insieme, provare a nominare emozioni e pensieri spesso non facilmente impliciti. È emerso quanto sia difficile riconoscere ciò che accade dentro i nostri vissuti, ma anche quante risorse relazionali molto spesso i ragazzi posseggono, pur senza esserne pienamente consapevoli.

In questa fase, l’attività del ringraziamento è diventata un gesto educativo semplice ma potente: riconoscere l’altro, rafforzare i legami, dare valore a ciò che c’è.

Ad un certo punto del nostro percorso insieme agli studenti siamo approdati al tema dell’identità digitale. Attraverso confronti guidati, gli studenti hanno riflettuto su ciò che è privato, ciò che è personale e ciò che diventa pubblico una volta condiviso online. La domanda “che cosa resta online?” ha aperto riflessioni profonde sui confini, sul bisogno di approvazione e sulle conseguenze delle proprie azioni digitali.

Si è lavorato anche sul rapporto tra identità reale e identità online: quanto coincidono? Quanto si allontanano? Attraverso confronti a coppie e momenti di restituzione collettiva, i ragazzi hanno potuto osservare somiglianze e discrepanze tra come si sentono e come appaiono. In modo partecipato, il gruppo ha costruito regole condivise per abitare i social in modo più consapevole, responsabile e rispettoso.

Nella fase finale, l’attenzione si è concentrata sulla gestione dei conflitti, offline e online. Role playing, giochi cooperativi e strategie di comunicazione assertiva hanno permesso agli studenti di sperimentare risposte alternative al conflitto, allenando ascolto, rispetto e ricerca di soluzioni condivise.

Una domanda è lecita alla fine di ogni percorso condiviso, cosa resta?

Questo percorso non è stato solo un progetto educativo, ma uno spazio di ascolto e di possibilità. Gli studenti hanno partecipato con interesse, curiosità e desiderio di raccontarsi. Anche per noi educatori è stato un apprendimento continuo: abbiamo scoperto nuovi linguaggi, significati, abitudini e modi di abitare il digitale, spesso molto più complessi di quanto immaginiamo ma adesso con più consapevolezza.



Le carte Dixit, usate in modo trasversale, hanno aperto spazi intimi e profondi, a volte attraversati da emozioni inattese, che abbiamo accolto con cura e rispetto. Questa esperienza ci ha ricordato una cosa semplice ma essenziale: i giovani hanno un grande desiderio di raccontarsi, se incontrano adulti disposti a esserci davvero.

Forse è proprio questo il senso più profondo della scuola e dell’educazione: non solo trasmettere contenuti, ma creare luoghi in cui ciò che ognuno porta dentro possa trovare parole, forma e significato.

Davide Martino 
Educatore




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